La grafica delle copertine dei grandi musicisti dagli anni 90 a oggi

3 gennaio 2017 Nessun Commento »

La musica, da sempre, va a braccetto con le arti visive: un album, per quanto bello sia, patisce non poco l’effetto di una copertina anonima. Se negli anni ’70 il prog e la psichedelia hanno ispirato degli artwork indimenticabili, lo stesso non si può dire per i decenni successivi: negli anni ’80 le cover sono diventate meno artistiche e più “cool”, mentre negli anni ’90 si è scoperto un gusto “minimal” che, spesso, risultava penalizzante a livello visivo.

Comunque, anche nell’ultimo decennio dello scorso secolo ci sono stati mirabili esempi di cover che hanno reso immortali degli album. Un esempio è “Nevermind” (1991) dei Nirvana: un bimbo immerso in una piscina cerca di afferrare una banconota da un dollaro. Il bebè è Spencer Elden e, al momento dello scatto, aveva quattro mesi: in seguito, la band gli ha regalato il “Disco di Platino” ottenuto per le strabilianti vendite dell’album.

“Definitely Maybe” (1994) segna il fragoroso avvento degli Oasis. La copertina, a distanza di anni, è diventata oramai iconica grazie alle citazioni che caratterizzano la foto scattata nell’appartamento del chitarrista Paul “Bonehead” Arthurs: in particolare, la televisione sullo sfondo proietta un film di Sergio Leone (“Il buono, il brutto, il cattivo”) mentre, sul pavimento, ci sono un poster di Burt Bacharach e una foto di George Best.

Nell’ottobre del 1996, i Korn pubblicano il loro secondo lp, “Life is Peachy”, e la copertina dell’album racconta l’essenza della musica della band di Jonathan Davis: il “male” che minaccia l’anima dei fanciulli, tema molto caro al visionario frontman, è raffigurato dall’immagine riflessa in uno specchio di un bimbo che, alle sue spalle, ha un’inquietante “presenza”.

Il nuovo millennio ha invece portato con sé nuove sonorità: le composizioni si arricchiscono di effetti digitali e “disturbing sounds”, spesso rispecchiati anche negli artwork. Nel 2001, una delle pietre miliari della musica moderna presenta una cover fatta di strati di fogli trasparenti, su ognuno dei quali è riportata una parte del corpo umano: si tratta di “Lateralus”, il terzo album della band progressive metal dei Tool.

Otto anni dopo, il sesto album in studio dei Rammstein, “Liebe ist für alle da” (2009), desta scandalo. Il lavoro della band berlinese tratta tematiche forti con toni altrettanto crudi, e questa provocazione traspare anche dalla copertina: realizzata dal fotografo Eugenio Recuenco, mescola lo stile di Caravaggio con quello del dipinto “Lezione di anatomia del dottor Tulp” di Rembrandt.

Infine, ecco “Black Star” (2016), pubblicato pochi giorni prima della scomparsa di David Bowie. La cover di Jonathan Barnbrook (una stella nera su fondo bianco) rivela una galassia stellata se esposta alla luce solare: tuttavia, il complesso artwork nasconde diversi segreti e immagini in sovrimpressione. Inoltre, “Black Star” è l’unico lp del “Duca Bianco” a non contenere nella copertina la sua foto: uno dei tanti presagi di morte che questo album-testamento custodisce tra le sue pieghe.

Gabriella Sperandio, Killer Design, Agenzia di Comunicazione Teramo